Medea - Storie d'amore e di sterminio

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1. La creazione del mondo

Questa è la vera storia della creazione del mondo.

Certo alcuni dicono che sia stato questo, o che sia stato quello, certi dicono che sia stato dio.

Che poi, questo dio qui, nessuno l'ha mai visto.

Ma se invece volete sapere come è andata davvero, allora leggete qua, la vera storia della creazione del mondo così come me l'ha raccontata il re dei gufi in persona.

Allora, c'erano, nell'Universo Sparso (prima si chiamava così, Universo Sparso), il Fuoco Bruciante, l'Acqua Sgorgante, la Terra Rocciosa, e il Vento Ventoso.

E poi il vuoto. E il silenzio riempiva tutto il vuoto che c'era.

Questo Universo Sparso era infinito, andava infinitamente di qua e di là e infinitamente di sopra e di sotto.

Me lo ha garantito il re dei gufi, io questo concetto di infinito faccio fatica a capirlo, ma sicuramente doveva essere così.

Beh, secondo me sarebbe stato meglio lasciare tutto com'era. Non toccare niente.

Invece ad un certo punto successe che l'Acqua si innamorò del Vento, e gli faceva gli occhi dolci tutte le volte che passava di lì, con i capelli arruffati.

Lui, per alcuni milioni di anni, fece finta di non vederla, perché se lo sentiva dentro, che sarebbero venuti fuori solo guai.

Ma contro una femmina innamorata non c'è molto da fare, si sa.

Lei si faceva trovare sulla sua strada tutte le volte che lui passava impetuoso, ed arrossiva timida, ed abbassava gli occhi come una vergine, e gli diceva piano, dolcissimamente piano "ciao, Vento Ventoso, come stai oggi?".

Si sa che i maschi, a queste cose qui, non resistono a lungo.

E fu così che, dai oggi e dai domani, non passarono più che pochi milioni di anni ed il cuore arioso del Vento Ventoso cominciò a battere per quella limpida creatura.

E il Vento Ventoso iniziò a soffermarsi leggero sul suo volto, e circondava il corpo di lei con dei vortici, e le accarezzava i capelli piano, e poi un giorno si fermò più a lungo, la guardò negli occhi, le scompigliò i capelli, e le baciò le labbra.

Così i due si amarono quel giorno, e fu una tempesta, e grandine e scrosci e l'acqua e il vento si mischiavano e spingevano ed esplodevano nella gioia del loro sesso e del loro amore.

E il vento, che era molto galante, chiese alla terra di prestargli un giaciglio, perché potesse rendere più felice il suo amore, e chiese al fuoco di riscaldarli un poco, perché fosse più dolce il loro amore.

E andò avanti così, non sappiamo per quanto, ma si dice che durò secoli quell'amplesso.

E quando tutto si calmò, si fermò, e il Vento Ventoso e l'Acqua Sgorgante si riposarono dopo l'amore e presero a baciarsi piano, videro che tutto intorno c'erano delle creature nuove.

Che la terra dove si erano amati era fiorita, piena di creature nuove verdi e colorate e fermenti di vita.

Il fuoco aveva preso la forma di una palla nel cielo e riscaldava ogni cosa, con un calore buono.

E c'erano odori, e sapori, che non c'erano mai stati prima.

E tra il verde si muovevano piccole infinitesimali particelle di vita, che strisciava e camminava, e volava e nuotava.

Ed ogni volta che il vento e l'acqua si amavano, che la terra faceva loro da giaciglio ed il fuoco scaldava nel cielo, c'era nuova vita che veniva al mondo, come rugiada si distendeva sulla terra.

E andò avanti così, per milioni di anni, e l'amore di quei due con la complicità della Terra e del Fuoco, generava creature meravigliose, ed ogni essere era più bello del precedente, ogni pianta ogni animale, ed ogni incontro amoroso generava milioni di creature. Tutte perfette.

E non ci fu mai, sulla terra, un periodo più felice di quel periodo in cui il Vento era innamorato dell'Acqua, e l'Acqua lo ricambiava, di un amore assoluto.

Poi, successe un disastro.

Forse una bugia, forse un tradimento.

Non lo sappiamo per certo.

Sta di fatto che un giorno, l'amplesso del Vento Ventoso e dell'Acqua Sgorgante, generò una creatura sbagliata.

E passarono poche migliaia di anni, e questa creatura sbagliata fece tutto quanto era in suo potere per distruggere le altre creature, per torturarle ed ucciderle, e avvelenò l'Acqua e ne incanalò il corso, ed ammorbò il Vento, e spogliò la Terra, e si impossessò del Fuoco.

Ma questa poi, che è triste e crudele, è un'altra storia.

2. La strega buona del bosco

Questa favola qui, è una favola vera, perciò aprite bene occhi e orecchie, perché questa favola qui vi può capitare addosso da un momento all'altro.

C'era una volta, e c'è ancora, una vecchia strega. In realtà era una signora che faceva delle magie, volava su una scopa, aveva capelli neri lunghi tutti scarmigliati, occhi di fuoco e si vestiva come le pareva. E non le piaceva la gente.

Solo per questo la chiamavano strega.

Viveva nel bosco.

Lei aveva guardato tanto, il mondo, ma non riusciva a capirlo.

Aveva guardato gli animali del bosco.

Guardava tanto gli uccelli, perché volavano ed erano liberi, erano perfetti.

Parlava con tutti gli animali del bosco.

Si sedeva lì in mezzo, e sembrava che non ci fosse nessuno.

Poi piano piano arrivava la rana, la lucertola, il gufo, le scoiattolo, il lupo, il gatto, il riccio, il serpente.

La strega parlava con tutti gli animali, e tutti parlavano con lei, e avevano tante cose da raccontarle, perché lì nel bosco si divertivano un sacco.

La strega guardava gli animali e li trovava tutti perfetti.

Il gatto sapeva quello che doveva fare.

Sapeva ciò che voleva e ciò che gli serviva per vivere.

E c'era tutto nel bosco.

Il rospo era bellissimo. La strega lo guardava e non gli balenò mai nemmeno per un attimo l'idea di trasformarlo in un principe.

Anzi lo baciava sulla bocca, facendogli l'incantesimo che sarebbe per sempre rimasto rospo.

Il rospo rideva, beato.

E si raccontavano un sacco di storie, si rotolavano nell'erba, perché alla strega piaceva rotolarsi nell'erba, e gli altri animali le andavano dietro, persino il gufo, perché anche se era un tipo un po' riservato, anche a lui piaceva ogni tanto lasciarsi andare.

C'è da dire che la strega non era sempre felice.

Lei lo sapeva che fuori dal bosco le cose non andavano bene. Lei aveva guardato il mondo di fuori e aveva scoperto che fuori dal bosco le cose andavano proprio male.

Ad un certo punto, prima non c'era, era stata inventata una razza sbagliata.

Non si sa come né perché, perché neanche la strega, che viveva da sempre, era riuscita a capire come mai fosse stato possibile un errore del genere, eppure era proprio andata così.

Questa razza, voi l'avrete già capito, si chiamava "umana".

Già solo dal nome c'è da rabbrividire.

La strega all'inizio pensava che forse si sarebbe potuta salvare, che a questa razza qui gli si poteva spiegare, che non era possibile che fossero così cattivi.

Ma la strega viveva da sempre, perciò ne aveva avuto di tempo, per capire.

Allora la strega decise che cosa avrebbe fatto della sua vita.

E mise da parte tanti sassolini bianchi, ma tanti, e cominciò scegliendo un paese per volta, e lì dove arrivava iniziava dai più cattivi, li attirava con una scusa, e li colpiva con un sassolino sulla testa, che anche se era piccolo era pesante, e li lasciava lì per terra morti.

E così andava per tutto il paese, e capitava anche che trovasse qualcuno buono, ma proprio buono, allora lo accompagnava fino al confine del villaggio, e gli diceva di andarsene, perché lei, lì, stava bonificando. (Voi capite che quella razza lì andava proprio estirpata). E prima di lasciarli andare gli faceva un incantesimo, con una felce magica gli toccava la fronte, perché non ricordassero più nulla, e poi toccava le pance delle donne, perché diventassero infertili.

E sì, perché i figli possono essere diversi dai genitori, e la strega non voleva rischiare mutazioni genetiche, proprio da quei pochi buoni.

E quando aveva finito con quel paese, gli stendeva intorno un cerchio magico, così che nessuno potesse più entrare.

Lei si fermava ancora un po' perché c'era un gran daffare e seppellire cadaveri, a liberare gli animali che erano stati tenuti prigionieri, e poi doveva anche spiegarlo agli animali che non ci potevano neanche credere che d'ora in poi sarebbero stati per sempre liberi.

E in tutto il paese si sentivano le grida di festa dei maiali, delle mucche, dei cani che erano stati a catena, che entravano nelle case vuote e facevano pipì proprio in cucina, i maiali si sdraiavano sui divani e le capre brucavano gli orti.

Poi, passata l'euforia, gli animali si ripresero i loro posti tra l'erba, si costruirono i loro rifugi tra le piante, tra le rocce e nella terra.

E tutto, tutto, si ricoperse di verde, le case, le fabbriche , ed era un paesaggio incredibile, con le case vuote ormai senza finestre né porte, con le piante che entravano e uscivano ed erano dentro e fuori, e tutto era ritornato normale.

Ed era tutto un brulicare di vita.

E in questo paese, che era ritornato come nuovo, alla strega piaceva moltissimo passeggiare nel buio le notti d'estate, perché di notte è tutta una magia, ed accade tutto ciò che di giorno non sembra neppure che esista, ma di notte lo puoi vedere e toccare.

E, quando era troppo stanca per camminare, si sdraiava nell'erba proprio lì dov'era, e sognava tutti gli animali che di notte la andavano a trovare, per farle il solletico, e farla sorridere nel sonno, e i topi e i criceti le passeggiavano sul viso, per darle dei baci. E il mattino l'alba le accarezzava le palpebre socchiuse, e gli uccelli che erano sempre i primi a svegliarsi, cantavano più dolcemente perché tutti si destassero piano.

La strega era commossa fino alle lacrime.

Alla strega sarebbe piaciuto tanto rimanere lì, ma c'era un sacco di lavoro da fare.

C'erano altri paesi.

Così doveva sempre partire, andare a scegliere un altro villaggio da decontaminare.

Ogni tanto la strega faceva un errore, e allora gli umani la braccavano, la prendevano, la bruciavano sui roghi.

Ma la strega allora faceva l'incantesimo del bruco e della farfalla.

Come il bruco quando sembra che muoia ma invece rinasce farfalla.

Così la strega, sembrava che morisse, ma dal suo corpo morto bruciato rinasceva di nuovo, un po' meno strega, un po' più fata, per fregare meglio gli umani.

E sì perché gli umani guardano quello che c'è fuori, e non sentono quello che c'è dentro, così adesso quando si avvicina agli umani, con le tasche piene di sassolini bianchi, lei gli sorride e loro le vanno incontro beati, perché non sembra più una strega ma una fata.

3. La rupe e il gabbiano

Anche quel giorno, come ogni giorno, la donna si arrampicava sulla roccia.

Era l'alba, il mare a quell'ora era tutto intorno, era nel vento, nella rugiada distesa, era nei capelli, nel grido dei gabbiani.

La roccia si protendeva altissima sul mare, un promontorio, una rupe sinistra che cadeva a picco.

Lei, la donna, ogni giorno saliva lassù in cima, senza voltarsi senza guardare giù.

Trascinata lassù da chissà quale bestia le marciva dentro.

Ogni giorno, all'alba.

La donna soffriva di vertigini. Perciò non guardava mai sotto di lei.

Quando arrivava lassù in cima si sdraiava faccia in giù nella roccia, come se volesse entrarci dentro, nascondersi, da quel vento e da quelle grida che la tiravano giù.

Sognava di alzarsi alzare le braccia ad abbracciare il vento, alzare lo sguardo al sole al cielo e restare lì, sul precipizio, come un uccello che si prepara a volare.

La sua tunica nera si sarebbe riempita di vento, i capelli lunghi e neri come piume di uccello, le braccia come ali, il corpo nodoso, scheletrico, le mani artritiche, i piedi nudi e feriti, le unghie curve e forti e incolte, come artigli, il naso adunco, come becco, le labbra sottili, retratte, gli occhi tondi e sporgenti, sognava, di prepararsi a volare.

Si diceva che quella donna fosse un tempo stata bella, prima di cominciare a salire lassù ogni giorno. Prima della metamorfosi, lenta, inesorabile.

Lei andava lassù perché i gabbiani la chiamavano.

I gabbiani la tiravano giù.

Le loro urla squarciavano l'aria nel silenzio e nel vento, e le chiedevano conto. Ogni grido era per lei. Ogni urlo un ricordo, un dolore. Un peccato che doveva espiare.

E così i gabbiani lassù in cima alla rupe le ruotavano intorno, a migliaia, e squarci spezzavano l'aria, le trapassavano la pancia e le chiedevano conto.

Lei stava lì, sdraiata, la faccia nella roccia, come si volesse annullare, per non sentire più le grida, che la chiamavano, la chiamavano, la tiravano giù.

Se solo si fosse alzata, se si fosse spinta fino sull'orlo del precipizio, se avesse guardato giù, se avesse levato le braccia, se avesse guardato il sole e il cielo e avesse permesso al vento di gonfiarle la tunica e scarmigliarle i capelli, sapeva che non avrebbe potuto resistere oltre. I gabbiani la chiamavano forte. Ma lei non sapeva volare. Si sarebbe schiantata centinaia di metri più sotto, dopo quell'unico, breve volo.

Sarebbe tornata, domani.

4. Storia della donna che viveva sola sopra un torsolo di mela

Facciamo un po' di silenzio. Ordine. Raccoglimento.

Vi racconterò una storia.

La storia della donna che viveva sola, sopra un torsolo di mela.

"Mah", "boh", "è impossibile".

Non siate stupiti. Meravigliati. Vi posso spiegare.

Non era proprio un torsolo di mela, vero. Era una montagna. A forma di torsolo di mela. Era alta e verde e lussureggiante. Piena di piante e fiori e uccelli. C'erano topi e gatti. E c'era giusto in cima una casetta, che sembrava proprio la casetta di marzapane, quella delle favole, era piccola e bianca con le finestre rosse e dei cuori disegnati in mezzo, come le finestre delle case delle favole.

Dentro ci abitava una donna, che viveva sola con i suoi gatti, e gli uccelli che entravano e uscivano dalle finestre, e i topi che salivano, camminavano sopra il tetto e scendevano dall'altra parte, e ogni tanto entravano anche a farsi un giro, se i gatti erano fuori a caccia.

Poteva anche sembrare che tutto filasse liscio. La donna era felice con i suoi animali. Parlava con i gatti e scriveva per loro poesie, e quando andava in giro, dovunque andasse, aveva dietro di sé la sua corte di gatti, perché anche se facevano finta di niente, era come se le fossero legati da sottili e luccicanti fili d'amore.

Lei, lassù, sopra alla montagna, giocava con i gatti. E ci parlava anche molto. Ognuno aveva le sue storie da raccontare. Le storie delle loro vite precedenti, e le proiezioni delle loro vite future.

Qualcuno era stato un topo, o un ratto, o un cane, o persino un umano.

Lei, la donna sopra alla montagna, ricordava per certo di essere stata un gatto. Anzi. Una gatta. Una lucente gatta nera, gli occhi gialli e lo sguardo ardente.

Occhi come braci, sprizzavano lapilli e bagliori. Artigli lunghi e affilati, da gatta randagia.

Sempre in amore. Sempre incinta. Senza mai prole. Una di quelle gatte che partorivano figli. Poi si giravano, senza guardarli, senza un ripensamento, li afferravano per il collo, li soffocavano con un morso, fino a quando non piangevano più.

C'è notizia di gatte così. Capaci di estremi. Gesti d'amore. Incomprensibili ai più.

Madre maledetta, femmina bramosa.

Consunta, sfibrata dalle continue gravidanze. Indurita e resistente alla vita.

Questa cosa le era rimasta, anche in questa vita da umana.

A dispetto dei tabù dell'educazione umana, l'istinto era quello, potente. Di fronte ai cuccioli, umani, animali, piccoli, piccolissimi (più piccoli erano, più l'istinto pulsava), cuccioli di pochi giorni o ore di vita, lei si ritraeva, inorridita. Per sottrarsi all'impulso fatale. A questa forza che prendeva corpo e forma. Che si animava. Come un rituale sacro e primordiale. Che le appartenesse da sempre.

Ovviamente. Voi avrete visto moltissime montagne. Grandi o piccine, grandissime o montagnole da nulla, ma non ne avrete mai vista nemmeno una con la forma di un torsolo di mela.

Perché nessuna montagna seria accetterebbe una forma così. Una forma così precaria.

Perché è evidente che ogni montagna vuole restare montagna per sempre, non vuole certo diventare una collina, e meno che mai, che orrore!, una pianura.

Ma se voi foste una montagna a forma di torsolo di mela, certo dovreste porvi alcuni problemi.

Perché è ovvio che una forma così non vi garantisce l'eternità da montagna.

Questa montagna qui si era ridotta così, a furia delle continue piogge, che lavavano i suoi fianchi detritici, e così, lava oggi, lava domani, i suoi fianchi si erano assottigliati, sino a prendere la tipica forma di un torsolo di mela, che tipica non è per ogni montagna che si rispetti.

Certo, anche la donna che ci viveva sopra non era molto felice di questa situazione.

Intuiva. Che un pericolo incombeva. Che gli elementi giocavano a sfavore. Che ogni pioggia che lavava il bosco e ridava vita e splendore alle creature là fuori, inesorabilmente trascinava con sé terra e roccia. Dai fianchi. Della montagna che si assottigliava.

Così la montagna era la raffigurazione della sua mente. E forse lei l'aveva scelta apposta quella montagna, ancora prima che cominciasse ad assottigliarsi, proprio per questo motivo, latente e segreto, che lei aveva letto solo con gli occhi della sua anima.

Lei l'aveva scelta tra mille montagne per andarci ad abitare. In cima. Sulla montagna più precaria della terra. Perché è vero che ci si va sempre a scegliere qualcosa che ci somigli, che porti fuori di noi le nostre intime rappresentazioni.

Così quella montagna, sembrava ormai che dovesse crollare da un giorno all'altro, con quei fianchi che si assottigliavano sempre più, ed ogni pioggia, vento o uragano erano una prova nuova, e poteva essere l'ultima.

Eppure. Eppure la donna non se ne voleva andare.

Sarebbe rimasta lì, sulla sua cima, a prendere il sole con i suoi gatti, a guardare il volo degli uccelli, a giocare con i topi che le mordicchiavano le dita. Quell'equilibrio instabile corrispondeva perfettamente con la sua anima.

Dove sarebbe mai dovuta andare? In pianura? Laggiù, in mezzo alla folla?

Laggiù c'era il genere umano. Con le sue follie. Crudeltà e ingiustizie continue, inarrestabili, da togliere il fiato.

Lei aspettava da lassù l'avvento di una giustizia più giusta, una giustizia divina, o diabolica, o comunque universale, che si abbattesse su di loro per distruggerli.

Su coloro che mangiavano, vestivano, usavano, compravano, vendevano, consumavano animali.

E sui loro figli. Anche su coloro che "di carne ne mangiavano poca".

E sui loro figli. Anche su coloro che portavano senza pensarci colli di pelliccia.

E sui loro figli. E sui figli dei figli.

Invocava il ritorno di quella giustizia che era insita nelle cose prima della venuta del genere umano.

Quanto sarebbe durato ancora? Altri mille anni? Cento? Dieci? Un solo anno ancora? Troppo. Troppo tanto. Troppo dolore. Troppa ingiustizia.

Non capiva perché la Natura indugiasse ancora, perché l'anima del mondo così gravemente offesa non intervenisse. Era ora di mettere fine a tutto questo.

E la donna che viveva sola sulla montagna-come-un-torsolo-di-mela attendeva ogni giorno che si rovesciasse sulla terra questa Giustizia Irreversibile. Un lavacro universale. Una giustizia talmente giusta che spazzasse via anche lei. Che preservasse gli animali. Ed ogni filo d'erba.

E dalla sua montagna la attendeva.

E la sua montagna resisteva. Miracolosamente resisteva. Come se avesse deciso di non crollare almeno fino a quando la Giustizia Vendicatrice non fosse arrivata.

E se passate di lì, la potete vedere, la montagna-come-un-torsolo-di-mela, che si erge dritta e superba contro ogni legge naturale, che solo una tensione interiore o una suprema volontà la può tenere in piedi.

E lassù in cima, una donna, dei gatti e dei topi si crogiolano al sole, raccontandosi favole.

5. Cassandra

Dicevano fosse pazza.

La donna camminava veloce. Un sorriso stampato sulla faccia. Un ritornello gioioso, stampato nella testa. "quando saremo arrivati a un miliardo di morti, facciamo una festa che grande, più grande NON SI PUO'!". Diciotto passi e tre saltini. Camminava al ritmo del suo ritornello festoso, saltellando felice sul "NON SI PUO'".

Ed effettivamente, a vederla in giro, col sorriso sulla faccia e l'idea dello sterminio nella testa, camminando e saltellando, a vederla da fuori, poteva, effettivamente, dare l'impressione di essere pazza. E forse lo era davvero.

"Affitteremo una discoteca enorme, faremo una festa grandissima" ridacchiava tra sé "cosa vuoi che costeranno poi le discoteche, durante la grande pandemia, chi vuoi che vada nella bolgia di una festa, con la paura del contagio, chi vuoi che vada a divertirsi quando il terrore sarà nei loro cuori?"

Pensava così, tra sé e sé, la donna-pazza, progettando e vedendo il proprio futuro nell'era del durante-e-dopo la grande pandemia universale. Sghignazzava così, sguaiatamente, le pupille lampeggiavano e rivelavano la follia.

Lei di certo non sarebbe morta.

Lei doveva vedere come andava a finire.

La chiamavano Cassandra. Per quel suo brutto vizio di predire sventure che puntualmente accadevano. Eppure nessuno le dava mai retta.

Era tutto cominciato quella volta con il cavallo di Troia. Nessuno la aveva ascoltata. E sappiamo bene come era andata a finire. Eppure neanche ora, dopo millenni, nessuno le prestava fede.

Forse per questo lei poi ci era uscita pazza.

Lo vedeva davanti, il futuro. La vedeva arrivare la grande pandemia purificatrice, vedeva i mari sollevarsi, la terra aprirsi, i vulcani esplodere e l'aria diventare irrespirabile. Vedeva il veleno spalmarsi su tutte le cose. Vedeva atomi spezzarsi e distribuire la morte sul mondo, a piene mani, vedeva la morte come una regina, sovrana di tutte le cose, sgorgare dalle viscere della terra, come nube sollevarsi, gigantesca figura femminile, viola, gassosa, con lunghe braccia, che si distendevano e abbracciavano e stringevano e lasciavano cadere.

Lei vedeva gli eventi avanzare.

Vedeva la grande anima del mondo pulsare. Infetta. Escrescenze e tumori e liquidi purulenti.

Si stava arrivando al punto del non ritorno.

Alcuni primi, chiari segnali, c'erano stati.

Ma al cuore legnoso degli uomini e alle loro indurite cervici non bastava.

Non c'era nulla che bastasse loro.

L'aria ormai non si respirava più.

Allora gli uomini bloccavano il traffico. Per un giorno. Per un giorno!!

Poi pioveva, e sbloccavano il traffico. Ma come, ma come, ma non vi chiedete dove sarà andato tutto quel veleno lì, quello che era nell'aria, dove sarà ora, sarà nell'acqua, no?, e nella terra, e se non lo respiriamo lo mangiamo, lo beviamo, no?

Signori, uomini, uomini che governate il mondo, ascoltate, sedetevi ad ascoltare il lamento della terra, fermatevi ad ascoltare il grido degli animali che ogni giorno uccidete, che poi mangiate, Dio mio, li mangiate! Che imprigionate, che scuoiate, che umiliate, che bruciate, la loro angoscia sarà il vostro veleno, nelle vostre membra, in ogni cellula, non sentite la morte farsi spazio tra le vostre giunture, depositarsi nelle articolazioni, svuotare le vostre ossa, dilagare nel vostro fegato, coagulare il vostro sangue, ostruire le vostre arterie, insinuarsi nel liquido interstiziale, annebbiare la vostra mente, pietrificare il vostro cuore, disseccare la vostra anima?

Gli animali avevano cominciato a non volere più vivere. Dicevano che fosse una malattia contagiosa, e così li uccidevano, li toglievano di mezzo, invece di chiedergli perdono, invece di chiedergli perdono.

Lei sapeva che era solo l'inizio. Che sarebbe esplosa la morte.

Ma loro dicevano che dovevano vaccinare gli animali. Dovevano iniettare loro altro veleno. Perché potessero sopportare tutto il veleno della loro esistenza. Ma no, fermatevi, non capite che non va, non funziona, non è giusto, e questa strada porta sempre più giù, e bisogna invertire la rotta.

Ma gli uomini avevano cambiato il senso delle parole, perché nessuno capisse più cosa stesse accadendo, così tiravano le bombe per portare la pace, dicevano di amare gli animali e li mangiavano.

Parlavano di "benessere" degli animali che imprigionavano e macellavano.

La follia si era attaccata, come un contagio, e i morti non davano fastidio a nessuno, purchè fossero lontani.

Lei gridava e chiedeva e implorava che la ascoltassero, che almeno questa volta la ascoltassero, che si fermassero. Subito. Che fermassero ogni cosa.

Le rispondevano uomini metallici, verniciati con antiruggine, il viso colore del marmo, braccia di ferro con mani di forbici, che era sempre andata così, che il mondo non si poteva cambiare. Che non ci si poteva fare niente. Che non crederai mica.

Che il mondo era dei più forti. Che bisognava abbattere ancora un pezzo di foresta. Che bisognava incanalare quel fiume, che bisognava consumare prima tutto il petrolio.

Che anche i cinesi avevano diritto di mangiare un po' di carne. Che quegli animali erano "da allevamento", "da carne", "da latte", "da compagnia", "da caccia", "da laboratorio".

Vedeva gli eserciti degli uomini-forbice avanzare. Sbattendo tacchi di ferro. Tenendo il tempo.

Sordi e ciechi al dolore del mondo, gli uomini procedevano, come automi. Macinavano vite. Solo alcuni facevano il "lavoro sporco", e tutti gli altri mangiavano e bevevano, e usavano, animali morti. E pezzi, di animali morti.

Lei sentiva quell'urlo nelle orecchie, che la devastava.

Quell'urlo le sembrava così evidente, eppure, così inascoltato.

Fantasmi nella sua testa, così forti, a volte, la immobilizzavano. Restava ferma giorni, settimane. Pietrificata. L'urlo rubava tutta l'energia. L'urlo si prendeva tutto. Tutta la vita. Poi si scioglieva, piano, si scioglieva il nodo e ricominciava a muoversi, a camminare, e ad immaginare il fluido della vita e della morte. Il viola. La marea.

Forse era così che era impazzita. O forse no. Forse era così che si era salvata.

6. Il gufo e il ranocchio

Dovete sapere che c'era, e c'è ancora, lontana lontana, scura scura, fitta fitta, verde verde, segreta e profonda, una foresta.

Inaccessibile agli umani. (Almeno sino ad ora). E speriamo che continui così.

In questa foresta profonda, alta e bassa, segreta, fitta, verde, scura e lontana, gli animali vivevano in pace.

Gli erbivori mangiavano l'erba, si sa. I carnivori mangiavano altri animali, si sa.

Ma tutto questo non era crudele. Era solo il normale bisogno di animali nati carnivori.

Infatti in questa foresta non si era mai visto un animale uccidere un atro animale se non aveva fame, magari per mangiarlo il giorno dopo!, per esempio, oppure un animale rubare la pelliccia di un altro animale, o altre stranezze del genere. E meno che mai un animale che tenesse prigioniero un altro animale.

Perché c'era come un istinto che guidava il leone e la gazzella, che faceva fare loro le cose giuste.

Perché, anche se può sembrare strano, il leone e la gazzella sanno queste cose da sempre, e se ne servono per la loro vita.

In questa foresta, che viveva in pace, tutti gli animali erano felici.

C'era un gran vociferare, di tutti gli animali, ogni pianta, ogni foglia, ogni filo d'erba nascondeva un insetto, un bruco, una coccinella, una farfalla, un coniglio, una rana, un lupo o un elefante.

Era sempre una festa, la mattina quando gli animali si svegliavano, era tutto un frinire, un cinguettare, un grugnire, un nitrire, un ruggire, un gracidare, un belare, un sibilare, un muggire, un latrare, un ululare, un miagolare, un barrire, uno squittire, un ragliare... sì insomma, era bellissimo.

I cuccioli, la mattina, tutti i cuccioli di tutte le specie, andavano a scuola dal gufo.

Sì, il gufo aveva stabilito che lui era il più istruito lì dentro, si diceva che avesse studiato a Chissà Dove, e si fosse laureato in Chissà Cosa, per cui lui si dava un certo contegno. Portava persino gli occhiali. Gli animali per questo ridevano un sacco, ma non si facevano mai vedere dal gufo, perché era un tipo permaloso, e se capiva che stavi ridendo di lui, si gonfiava tutte le piume, ed era capace di non parlarti più per un giorno intero.

Allora dicevo che ogni giorno il gufo faceva scuola ai cuccioli, ed era un bel dire, tenere a bada tutti quegli indisciplinati.

Lui lo diceva sempre "questi giovani, mi faranno impazzire", oppure "questi ragazzi qui, ogni giorno che passa diventano più turbolenti", ed altre cose così, da vecchio gufo noiosone.

Però in realtà aveva un cuore grande così.

La mattina si sedeva sulla sua pianta, sul suo ramo da insegnante, si metteva comodo ed aspettava con gli occhi socchiusi.

Poi quando erano arrivati anche i più ritardatari, che c'era per esempio la tartaruga che era lenta che più lenta, e c'era la volpe che era veloce ma era distratta da mille altre cose, e ci voleva sempre il doppio del tempo per arrivare, allora quando erano arrivati tutti gli animali, cominciavano le lezioni del gufo.

Il gufo sapeva tutte le risposte.

"perché gli uccelli volano?" chiedeva il leone, che era un po' invidioso, e aveva di nascosto provato a volare, ma aveva rimediato solamente un paio di lividi ed una zampa dolorante,

"per disegnare nell'aria", rispondeva il gufo,

"perché i serpenti strisciano nell'erba?" chiedeva il maiale

"per fare il solletico alla terra", rispondeva il gufo,

"perché i pesci nuotano?" chiedeva la pecora

"per sollevare le onde del mare", rispondeva il gufo,

"perché la luna splende nel cielo, la notte?", chiedeva il lupo, che era segretamente innamorato della luna, ed ogni notte con il suo ululato magnifico la chiamava sicuro che prima o poi lei non avrebbe più resistito, e sarebbe corsa da lui, che la amava più della sua vita.

"perché i lupi possano ululare" rispondeva il gufo.

E così via, perché il gufo sapeva veramente tutte le risposte, e non si era mai sentita una domanda a cui lui non sapesse rispondere, e il gufo era veramente orgoglioso di tutto il suo sapere, e di condividerlo con gli altri animali.

E c'era un sacco da imparare, ad ascoltare le lezioni del gufo, perché lui non era solo un insegnante, era anche un poeta, e lui sapeva che i suoi cuccioli avevano bisogno di sapere e di poesia.

C'era un cucciolo fra gli altri che faceva impensierire il gufo.

Era un ranocchio, sempre presente alle lezioni, attento, lo guardava fisso, dritto negli occhi, e non chiedeva mai nulla.

Aveva un'aria triste.

Non lo vedeva giocare con gli altri animali, anche se era gentile gli animali lo sentivano che era un po' diverso da loro.

Stava in disparte, come se stesse pensando.

Come se portasse su di sé il dolore del mondo.

Il gufo era un po' preoccupato, e si grattava la testa, pensando a cosa potesse fare per quel ranocchio. Pensava "chissà, forse crescendo... chissà sarà una fase della vita...e più ci pensava più si grattava la testa.

Ma il ranocchio parlava poco, diceva solo "scusa", "grazie", "prego", "per favore", e sorrideva triste.

Un bel giorno di primavera, il gufo era proprio di buonumore, la mattina era cominciata la solita lezione, e le domande dei cuccioli.

"perché soffia il vento?" chiese il gatto, che era un po' infastidito dal vento che gli arruffava il pelo luminoso

"perché i cavalli e le zebre lo spingono forte", rispose il gufo,

e via di questo passo, poi, tra lo stupore generale, parlò il ranocchio, che era timido e non parlava quasi mai, se non quando era interrogato.

"perché sono stati inventati gli umani?" chiese il ranocchio, e lo stupore crebbe e divenne più forte, perché questi umani qui nella foresta non li nominava mai nessuno, nessuno sapeva davvero se esistessero veramente, nessuno li aveva mai visti, ma le cose che si raccontavano su di loro erano talmente terrificanti che tutti preferivano credere che si trattasse della fantasia macabra di qualche animale in vena di scherzi di pessimo gusto.

Pensate che si diceva addirittura che questi esseri qui mangiassero altri animali, anche se ne potevano benissimo fare a meno, e per questo peccato diventavano brutti, grassi e malati, e il veleno si infiltrava nelle loro cellule, così che morivano piano, troppo piano però, perché facevano in tempo prima di morire a mangiare tanti animali, e che poi rubassero le loro pellicce, e questa già era una cosa da non credere, ed era difficile per gli animali questa cosa anche solo immaginarla, e addirittura che uccidessero animali per una cosa che chiamavano sport, e che li tenessero prigionieri per divertimento, o per un'altra cosa chiamata allevamento, dove gli animali si potevano vendere e comperare, come fossero cose... ma questa cosa qui era difficile da fare capire a degli animali che erano sempre vissuti liberi, anche se comprendevano che doveva trattarsi di una cosa davvero tremenda.

E poi c'era un'altra questione, dove si raccontava di animali tenuti in gabbie, e fatti a pezzi, e torturati, seviziati, avvelenati... per una cosa che alcuni chiamavano scienza, ed altri pochi chiamavano truffa.

Aprivano gli animali e gli guardavano dentro, come fossero piante. Ma che dico piante! E chi farebbe mai una cosa così orribile ad una pianta?, come fossero sassi... ma nessun animale ricordava di avere fatto mai nulla del genere neanche a dei sassi.

Così a quest'ultima cosa qui, che era così spaventosa, praticamente non ci credeva nessuno.

Ma non era mica finita lì.

Perché dopo questa domanda, tutti si girarono verso il gufo, in attesa di una risposta che per la prima volta non arrivò pronta, e il gufo sgranò tanto gli occhi che gli caddero persino gli occhiali, e cominciò a farfugliare, a balbettare "ehm, ehm...cco qui una domanda interessante... si è proprio una domanda interessante, caro ranocchio... ora... ci potrebbero essere diverse spiegazioni... ma vediamo di dare una risposta scientifica... o perdinciribacco... ma sentite freddo anche voi?", diceva il gufo, saltellando da una zampa all'altra, ed era una cosa che faceva solo quando era molto ma molto nervoso, "ohibò, ohimè... devo aver preso un bel raffreddore..." diceva il gufo, parlottando ormai tra sé e sé, mentre brividi gli correvano lungo la schiena, e tutti gli animali lo guardavano con tanto d'occhi, perché non si era mai sentita una domanda a cui il gufo non sapesse rispondere, e poi cominciarono a guardarsi tra di loro pensando "il gufo sta male", e avrebbero voluto aiutarlo, ma non sapevano che fare.

E la cosa andò avanti così, perché il gufo continuava a zampettare da una zampa all'altra, con le piume che cominciavano ad arruffarsi, e borbottava tra sé e sé, e tirava fuori tutti i suoi libri-pigna, che erano libri fatti con le pigne, dove c'era scritto tutto, ma proprio tutto, e c'era racchiuso tutto il sapere, anche quello che non si è ancora saputo, e li sfogliava, li scartabellava, e diceva "sì, forse questo può servire", e poi li rimetteva via, ne prendeva altri, pieni di polvere, che nessuno mai sfogliava più da tempo immemorabile, e li apriva e li leggeva, li richiudeva, li riponeva, in un'attività confusa e frenetica.

In realtà questa storia degli umani, al gufo non era mai apparsa chiara, ma un po' per tutti gli impegni, un po' perché era una cosa talmente terrificante, era una domanda che anche per lui era sempre rimasta lì, nella pancia, senza mai arrivare al cervello.

Invece il piccolo ranocchio, che sentiva le cose lontane accadere, come fossero lì proprio vicine a lui, questa domanda gliela aveva tirata fuori, ed ormai era lì, gigantesca, e non si poteva fare altro che dargli una risposta.

Il ranocchio solo era rimasto dov'era.

Con il suo sorriso triste, guardava fisso il gufo, quieto, come chi conosce già le risposte.

Gli altri da un po' già se ne erano andati, chi aveva fame, chi sete, chi freddo, chi voleva la sua mamma, perché le ore passavano e solo quei due, il gufo e il ranocchio, erano talmente immersi nei loro pensieri che sembrava non si rendessero neanche conto di ciò che gli succedeva intorno.

La mamma del ranocchio, una rana molto affettuosa, era venuta a cercarlo preoccupata perché già faceva buio e il ranocchio non era ancora tornato allo stagno, e aveva trovato gli ultimi animali, annoiati, il ranocchio come ipnotizzato, e il gufo tutto spettinato che non gli si poteva neanche parlare, non dava retta a nessuno, quasi sommerso dai suoi libri-pigna.

Passarono così, ben tre giorni e tre notti, con la mamma del ranocchio che faceva la spola dallo stagno alla scuola, per portare al ranocchio un po' di cibo e dell'acqua, raccolta in una larga foglia di quercia, per farlo bere e bagnargli la pelle, ché quel cucciolo lì, esposto all'aria e al sole, rischiava di disidratarsi, ma non voleva sentire ragioni di tornare allo stagno, sembrava proprio che fosse da un'altra parte.

Stava aspettando il gufo.

Il gufo dal canto suo, non ci pensava minimamente né a mangiare né a bere, e sentiva lo sguardo del ranocchio fisso su di sé come un macigno, ed era già visibilmente dimagrito, quel povero gufo vecchio e stanco, persino le zampette che da tre giorni zampettavano inesorabilmente a destra e sinistra, senza sosta, sembravano ancora più esili, sul punto di spezzarsi.

Finalmente, dopo tre giorni e tre notti, il lavoro frenetico del gufo cessò.

Le piume arruffate, gli occhi più cerchiati di quanto siano normalmente cerchiati gli occhi di un gufo, lo sguardo smarrito.

E fece una cosa che non aveva mai fatto prima.

Volò giù dall'albero, e si portò persino un vecchio e consunto libro-pigna, scritto nel linguaggio arcaico dei gufi, e zampettò fino al ranocchio con il suo libro-pigna sotto l'ala destra, e l'espressione incerta di uno che è arrivato sì ad un risultato, ma questo è così orribile che lui stesso crede e spera di essersi sbagliato, e che ci sarà pure un'altra spiegazione.

Il ranocchio era sempre lì, quieto, come se fosse passato solo un istante.

L'aria intorno a quei due si era fatta irreale, la foresta si era fermata, gli animali erano come ipnotizzati, le foglie avevano smesso di stormire nel vento, e il vento si era seduto, immobile, anche lui a guardare.

E a quei due pareva che non ci fosse nessuno lì intorno, tanto quei giorni di attesa li avevano sfiniti, e concentrati, su quell'unica idea, su quella domanda, ed erano così compresi da essa, che il gufo avrebbe potuto nuotare e il ranocchio volare, tanto l'atmosfera era magnetica e il gufo e il ranocchio sembravano ormai fatti di solo spirito, di pura anima.

Il gufo, giunto di fronte al ranocchio, esordì "ehm, caro... caro... caro ragazzo, avrei voluto darti una risposta migliore... perciò, per prudenza, non mi sono fermato alle prime risposte che ho trovato... nei miei libri-pigna, e ho dovuto fare una ricerca approfondita... e sono andato a cercare anche nei libri più vecchi e più saggi... ed ho cercato in lungo, e in largo, e sopra e sotto, e dentro e fuori, ma poi il responso era sempre lo stesso ed allora eccomi qui, a darti una doverosa risposta, caro ranocchio... però sai, è una risposta molto strana, quasi irreale, perché non si è mai sentita una cosa così... perciò, caro ragazzo, vorrei ancora approfondire, perché ci sarà un prossimo convegno mondiale dei gufi, in cui incontrerò dei gufi molto saggi, e magari loro ci saranno di qualche aiuto, ci sapranno spiegare, perché qui la risposta è molto netta, molto triste, molto mortale...".

Il gufo a questo punto allargò le ali e poi le lasciò cadere, sconfitto, perché anche lui non ci credeva alla storia del convegno, che ci sarebbero state risposte diverse.

Aveva letto bene tutti i libri-pigna, e sapeva che non mentivano mai.

"Ecco, caro ragazzo, qui si direbbe... anzi si dice, che questa specie qui... sì questa razza qui, di cui tu argomentavi... questi "umani" appunto, siano stati creati... e sì, è dura da dire), siano stati creati, caro ragazzo, proprio per distruggere il mondo". Pausa. Sospiro. "E pare anche che ci stiano riuscendo".

Un gelo cadde sulla foresta, un alito di morte. Come se solo averli nominati fosse stato sufficiente per risucchiare la vita da ogni pianta, da ogni foglia, da ogni bruco, da ogni bestia.

Un brivido percorse tutti lungo la schiena.

Il gufo oramai appariva più che distrutto, piegato su sé stesso, con il suo libro-pigna sotto l'ala, sconfitto dal dolore che gli era caduto addosso all'improvviso.

Solo il ranocchio appariva meno turbato degli altri. Ma lui l'aria triste l'aveva sempre avuta.

Solo un'ombra un po' più triste, un po' più cupa, sul suo sorriso appena accennato.

Allungò una zampa verso il vecchio gufo, in un timido e discreto tentativo di confortarlo, poi disse con la sua voce gentile "grazie, signor gufo. In realtà è quello che pensavo da tempo".

E si ritrasse, dopo avere posato una zampa leggera sull'ala del gufo, per dirgli quello che le parole non bastavano a dire, per tentare di consolare quel saggio gufo, invecchiato di colpo in tre giorni.

Il ranocchio si allontanò, solitario come sempre, nei suoi occhi una pena infinita.

Per sé, per tutti gli animali del mondo, e per il vecchio gufo.

E andò a tuffarsi nello stagno, perché nessuno vedesse le lacrime che gli rigavano il viso.

7. Una storia d'amore

C'era, da qualche parte sulla terra, non sappiamo dove, una donna.

Non una donna normale. Lei era una donna disgregata.

C'era, da qualche parte non troppo lontano, un uomo.

Oddio, non un uomo normale. Un putto cresciuto.

Donna Disgregata e Putto Cresciuto. Un giorno i loro occhi si incontrarono e ci fu un flusso di pensieri, che andavano e venivano.

Ora forse mi devo un po' spiegare.

Non tutti forse sanno cosa sia, come sia, una donna disgregata. C'erano in lei pensieri, che uscivano dalla testa, spettinandole i capelli neri e lunghi, lanciandosi fuori come meteore impazzite, come pietra lavica eruttata da un vulcano.

I pensieri uscivano, poi rientravano, partivano per viaggi solitari, e impensabili, alcune volte stavano in giro giorni, poi tornavano esausti, stravolti, cambiati, si riposavano, ripartivano.

Portavano con sé gruppi di cellule. Erano pensieri così pesanti che trascinavano con sé cellule, pezzi della donna disgregata si staccavano, a volte cellule come sciami di api, a volte singole cellule, a volte facevano un piccolo volo e tornavano, a volte volavano e volavano.

A volte si staccavano pezzi interi, pezzi della donna disgregata si staccavano in blocco. E questo sì, era un po' imbarazzante.

Non tutti sanno cosa sia, come sia, un putto cresciuto.

Dovreste vederlo però.

Lo vedi arrivare con quell'aria da bambino curioso. Da bambino troppo cresciuto.

Si guarda intorno, a destra e a sinistra, come se stesse cercando qualcosa. Poi si ferma, a volte, a guardare.

Ma non lo sai mai cosa lui stia vedendo veramente, in quelle cose che guarda.

Perché i suoi pensieri vengono da lontano e vanno più oltre.

A volte è persino barbuto. Eppure. Quell'aria da putto amoroso non la perde mai.

Arriva prima e dopo di lui. Che incede, come stesse danzando.

Arco e frecce a tracolla. Ti colpisce al cuore. Inesorabilmente.

A volte è stanco, e vedi la sua faccia stanca, e sembra che non stia più neanche guardando, e sembra che non stia più neanche pensando, come fosse svuotato.

Ma la verità e che Donna Disgregata e Putto Cresciuto hanno conosciuto da vicino il dolore. Che si è disegnato sui loro volti, una volta per sempre, e basta scavare un po' e lo trovi lì. Che non passa mai.

Ora dicevo che i loro occhi un giorno si sono incontrati. E' stato un lampo.

Donna Disgregata ha sentito le cellule, tutte le cellule, che partivano, meglio, che volevano partire, per una danza d'amore, e lei lì a concentrarsi, a trattenere le cellule, come fosse una calamita, perché se fossero partite tutte insieme lei si sarebbe dispersa, e chissà se poi sarebbero tutte tornate al loro posto, e così, occhi sbarrati nello sforzo di trattenere le cellule, che non ne potevano più, volevano volare e danzare, come fossero in una volta sola tutte quante impazzite.

Ma riuscì a concentrarsi, e a sorridere, quasi come se nulla fosse, con le cellule del cuore che nel tentativo di evadere sbattevano l'una contro l'altra all'impazzata, che se le passavi vicino ne sentivi il rumore.

Putto Cresciuto sorrise. Un sorriso interrogativo. Non aveva mai visto una donna così disgregata.

Intuiva quel travaglio di cellule. Quella lotta potente tra forze opposte, intuiva che quella donna lì avrebbe potuto dissolversi da un momento all'altro.

Chissà se si sarebbe mai ricostruita. Ma sorrise soltanto.

E dopo quell'incontro ce ne furono altri, ed altri ancora.

Donna Disgregata aveva il suo bel daffare a tenere insieme le cellule, anche se, ovvio, alcune partivano lo stesso, facevano piccoli voli intorno a lui, si posavano su di lui e poi tornavano.

Gruppi di cellule dalla bocca si staccavano per volare da lui e dargli dei baci. Gruppi di cellule dalle mani si staccavano per volare da lui e accarezzarlo.

Avevano oramai imparato e non serviva più che i due fossero vicini, che si incontrassero, a volte Donna Disgregata sentiva dei pezzi di bocca e di mani staccarsi per andare da lui.

E sorrideva, con il pezzo di bocca rimasto. E quando Donna Disgregata e Putto Cresciuto si incontravano, riuscivano persino ad essere felici.

Perché era come una strana alchimia. Imprevista. Imprevedibile.

La fusione di quei due dolori generava una felicità inspiegabile, inattesa.

Una felicità sgorgante.

Reale e concreta, come fosse una creatura nuova.

Una felicità tridimensionale. Come un fluido in cui immergersi, da cui farsi curare.

E si dipingeva sul volto di lui, quando si amavano, gli trasfigurava la faccia, ed ogni ombra spariva, ed era come se venisse fuori una faccia nuova, sepolta da anni, sepolta dalla fatica di ogni giorno, sotto strati e strati di facce per ogni occasione.

La faccia dell'amore di lui era bellissima.

Ogni cellula più rotonda, più morbida, ogni cellula sprizzava la vita.

La bocca rossa e morbida e dischiusa. Come un frutto estivo odoroso e sensuale.

Colto nelle prime ore del pomeriggio di una estate in campagna. Silenzio. Caldo. Pietre bianche e terra rossa e frutti dolcissimi. Così era la bocca di lui.

Gli occhi più neri e più profondi. Lo sguardo liberato. Dall'Odio e dalla Morte.

Sentivano di essere felici.

E per questa cosa si desideravano, perché in quei momenti finiva il dolore. Per brevi istanti finiva il dolore.

E così si amarono, e li si poteva vedere in giro danzare e ballare e correre nei prati.

Altre volte la vita li teneva lontani.

Allora lei lo aspettava. Ogni cellula di lei. E la potevi vedere in giro, a volte senza dei pezzi. Partiti per andare da lui.

E lo potevi vedere in giro, come un proiettile impazzito lanciato sulla terra. Stava andando da qualche parte.

In attesa di incontrarsi ancora. Ed essere di nuovo felici.

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